domenica 30 gennaio 2011

Una strada per la democrazia nord-africana

di Matteo Mainardi

Dopo lo scivolone di poche ore fa in cui gli Stati Uniti d’America dichiaravano pubblicamente di appoggiare un dittatore, ora arriva il tanto atteso - seppur troppo tardivo - cambio di posizione. Obama si spinge dalla parte del popolo rivoluzionario e volta le spalle a Mubarak, dittatore d’Egitto.

La prospettiva attesa da Obama ed amici sembra ora quella di un governo di transizione di stampo militare.
L’auspicio potrebbe spaventare chi ricorda le vicende latinoamericane, ma che altro si potrebbe fare in un Paese senza reali successori al governo, senza esperienze democratiche e con una fiducia ad alti livelli nelle forze dell’ordine? Il problema che si profila ora non è tanto quello dell’istituzione a cui affiare un nuovo governo, bensì quello della durata massima e degli obiettivi che l’Occidente può consigliare a questo governo transitorio. Barack Obama non ne ha parlato, i governi europei ancora non hanno capito nemmeno a chi dovrebbe spettare il compito di pendere una posizione in situazioni di questo genere, ma ciò che dovrebbe derivare dal dialogo con il popolo egiziano è quello di un governo delle forze armate della durata massima di un anno, il cui compito sia quello di darsi una valida organizzazione per poter successivamente controllare il regolare svolgimento di elezioni aperte per l’elezione di una nuova assemblea costituente da convocare nel minor tempo possibile.

Che altre soluzioni ci sarebbero per consentire uno sviluppo democratico e nonviolento – e questa volta non assistito militarmente dall’Occidente – all’Egitto, al nord-africa ed all’intera zona mediterranea?

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