Egitto: transizione democratica
di Matteo MainardiL’Egitto è libero. I dimostranti nonviolenti hanno vinto mettendo in gioco i loro corpi, urlando contro il regime, ridendo e ballando per strada, alzando scarpe e mani al cielo. Gli egiziani potrebbero aver conquistato la propria libertà e questo, già di per sé, rappresenta un chiaro segno del fatto che la democrazia non si può esportare, ma deve nascere dal cuore del popolo.
Ora però gli interrogativi che osteggiano i giovani eroi che hanno sfiato il mondo dittatoriale sono tanti. L’esercito riuscirà a mantenere il potere soltanto transitoriamente? E riuscirà a creare le basi per una cultura democratica entro settembre?
Se il primo quesito è velato dall’incertezza, il secondo è molto più limpido seppur antipopolare. Solo sette mesi ci separano da settembre e la transizione culturale, sfondo per la transizione politica, ha sicuramente tempi molto più lunghi. Non esistono infatti partiti in Egitto - fatta eccezione per quei Fratelli Musulmani che si avvicinano più ad un movimento culturale seppur progressista, laico ed abbastanza liberale per il mondo mediorientale - e la democrazia non è soltanto rappresentata da elezioni libere. Una democrazia deve essere trasparente, pulita, limpida, deve bilanciarsi tra opposizioni nonviolente, aperte al dialogo, deve basarsi sulla cultura del rispetto dell’avversario, dell’abnegazione del concetto di “nemico”.
Seppur il movimento democratico dei giovani senza partito scesi in piazza per manifestare contro l’oppressione dittatoriale sembrano avere queste basi, il totale del mondo egiziano è ancora troppo lontano dal traguardo di un veloce passaggio ad un regime dmocratico. L’esercito non abbia fretta ora, si faccia portatore di una cultura liberale e stia pronto a farsi da parte al momento opportuno; che non sarà a settembre ma molto più verosimilmente tra due o tre anni.
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