Eutanasia: contro la “vita artificiale”
di Matteo Mainardi
Aruna Shanbaug era – ma qualcuno insiste a dire che ancora è – un’infermiera indiana. Nel 1973, mentre lavorava al King Edward Memorial Hospital di Mumbai, venne sodomizzata brutalmente da un addetto alle pulizie che le strinse, durante la violenza, un guinzaglio da per cani intorno al collo andandole a provocare una parziale asfissia che le causò gravi danni al cervello. Dopo la violenza non si risvegliò più, cadde in uno stato vegetativo permanente.
Era il 1973 quando, di fatto, morì. Siamo nel 2011 e qualche medico la tiene ancora in “vita”, alimentata da dei sondini per l’idratazione e l’alimentazione artificiale, legata non più a quel guinzaglio che la fece cadere in coma ma ad un nuovo guinzaglio che è quello dello Stato indiano.
Aruna ha ormai sessant’anni, i medici dicono che non si può più risvegliare. E’ morta de facto in un’altra epoca. Era giovane, era bella, erano gli anni ’70. Chi vuole tenere ancora il suo corpo in questo mondo, quando meriterebbe una degna sepoltura?
“Da Mumbai a Montecitorio” ha intitolato il suo articolo Federico Orlando questa mattina su “Europa”, proprio perchè dall’India questo caso dovrebbe scuotere le resistenze al riconoscimento dell’eutanasia dei politici nostrani. Se il caso Eluana Englaro ci ha insegnato qualcosa, il caso Aruna Shanbaug dovrebbe doppiamente farci riflettere sul tema del fine vita. I clericalismi li dovremmo lasciare altrove.
Il 67% degli italiani è a favore di questo dolce fine-vita, ma i nostri politici quando abbandoneranno le gonnelle di Bagnasco per dedicarsi ad una politica laica e liberale? Per rispondere alla domanda vorrei riportarvi le parole conclusive di Orlando nell’articolo suddetto: “Ma questo significherebbe vivere in un paese liberale, o almeno indù. Invece noi viviamo in un Italia di destra, già conosciuta nella prima metà del Novecento”.
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