Downshifting verticale (aka il denaro non è tempo)
di elle
“Il tempo è denaro, ma il denaro non è tempo”
È il pensiero che mi ha fatto capolino in testa qualche giorno fa. Ultimamente scrivo di downshifting ma sto lavorando moltissimo, e Marco peggio di me: dove “moltissimo” = “troppo”, come mi segnala il ritorno della tendinite al braccio destro che cerco di curare con abbondanti dosi di arnica e ghiaccio. Ho sempre pensato che facesse parte del gioco: siamo liberi professionisti, dobbiamo prendere il lavoro quando c’è. Che vuol dire (anche se suona molto meno elegante) accumulare la massima quantità di denaro possibile quando è possibile. Perché la settimana prossima, o il mese prossimo, di lavoro potrebbe non essercene più, e il flusso di cassa potrebbe interrompersi.
“Il tempo è denaro” è sempre stato il mio mantra, e sono arrivata a essere discretamente produttiva. Ma ci ho messo 10 anni circa a rendermi conto che il denaro non è tempo (son sveglia, eh?). Ipotizzando di avere lavoro fino a occupare tutto il tempo disponibile (situazione in cui, per fortuna e/o perché siamo bravi in quel che facciamo, ci capita di trovarci), dov’è che mettiamo il limite?
Se al 10, al 15, o al 20 del mese ho lavorato a sufficienza per coprire le spese e magari anche mettere da parte qualcosa, ha senso che io dica “signori, arrivederci, da oggi alla fine del mese mi riposo (così magari mi passa la tendinite)”? Parlo di mese ma lo stesso discorso si può applicare ad archi di tempo diversi: un trimestre, un semestre, un anno…
E se, da brava formichina, stringo i denti per uno, tre o sei mesi, perché mi propongono un progetto o una serie di progetti interessanti e ben pagati, dopo averli finalmente portati a termine non avrebbe senso che dicessi “signori, arrivederci” etc. etc.?
La risposta a queste due domande, semplice, ovvia, ma a tutti gli effetti non banale, è sì. Avrebbe perfettamente senso stabilire qual è il fatturato minimo da raggiungere ogni mese/trimestre/semestre/anno (a seconda ovviamente delle spese e degli obiettivi di risparmio, che potranno cambiare nel tempo) e, una volta raggiunto l’obiettivo, fermarmi. Dedicarmi ad altro. Fare un viaggio, guardare la TV, imparare a cucinare o a cucire (obiettivi ambiziosissimi…), studiare un’altra lingua. Semplicemente riposarmi. Oppure, se non proprio fermarmi, quanto meno rallentare: accettare solo i lavori che mi interessano, per i clienti per i quali è più piacevole lavorare (ma questo un po’ lo sto già facendo). Perché il mio tempo è denaro, ma il mio denaro decisamente non è tempo: perché tutte le giornate passate traducendo senza pause (per quanto io ami tradurre), giornate tutte uguali che scorrono via velocissime, estate e inverno, sole o pioggia o neve, con il mondo appena fuori dalla finestra e io dentro… quelle giornate non me le restituirà nessuno. E non c’è somma di denaro che possa compensare tutto quello che non ho fatto durante quelle giornate, in particolare quelle in cui avrei potuto fermarmi, rallentare, e invece giù a testa bassa, perché “il lavoro bisogna prenderlo quando c’è!”. E non c’è somma di denaro che aiuti quando ho le braccia, i polsi, la schiena, il collo che fanno male per essere rimasta seduta a lavorare per 6/8/10 ore… per una settimana di fila, o più.
Ovviamente i fattori da considerare sono tanti: i miei clienti potrebbero non essere troppo felici che, a un certo momento del mese o dell’anno, io sparisca; anche la disponibilità è importante per un professionista. E naturalmente questo discorso vale quando di lavoro ce n’è sempre o quasi e ce n’è tanto. D’altro lato, va considerata attentamente anche l’altra faccia di questa medaglia: le uscite oltre alle entrate. Dovremmo stabilire quello che davvero ci serve per vivere bene (e per essere tranquilli per il futuro, che magari non guasta), e magari ci renderemmo conto che è (molto) meno di quel che pensiamo. E poi niente è scritto nel marmo: sono tutte valutazioni che si possono adeguare “in corso d’opera”, in base a tanti fattori. Potremmo definirlo downshifting verticale. Ed eccone la mia primissima applicazione.
Come qualcuno di voi già sa, tra poco io e Marco partiremo per l’assolata California, dove resteremo una ventina di giorni (scambio casa, naturalmente). Di solito, quando stiamo via più di una/due settimane, non smetto completamente di lavorare. Poterlo fare ovunque è una bellissima cosa, ma è anche una gran schiavitù, in particolare quando ci si mette il fuso; ma l’ho sempre considerato il prezzo da pagare per il lusso di andarmene e restare via più o meno quando e quanto voglio. Anche questa volta mi apprestavo a una vacanza part-time (!), ma qualche giorno fa, mentre esaminavo i dati del mio gestionale per gli ultimi mesi (decisamente soddisfacenti), mi si è accesa una lampadina (l’ho già detto che sono sveglia eh?): “Ma se facessi una vacanza vera?”. Così, fino alla partenza ho accettato alcuni grossi progetti che mi terranno relativamente più impegnata del solito; ma, dal momento in cui avrò consegnato l’ultima traduzione, mi dedicherò davvero e solo al relax e al riposo. Ho perfino deciso di lasciare a casa il portatile.
Siete dipendenti e non lavorare in vacanza vi sembra assolutamente normale?
E allora pensate a tutte le volte che avete controllato la mail in spiaggia, risposto a una telefonata di lavoro dalle piste da sci, smadonnato perché in albergo non c’era segnale a sufficienza. Quando avete rimandato un viaggio, o un weekend lungo di relax a casa, o siete rimasti in ufficio per l’ennesima ora di straordinario (non pagato?), perché c’era quel progetto da finire, quella relazione da preparare, il capo che ha fatto una faccia non troppo contenta quando gli avete detto che volevate prendervi un giorno di ferie… e tutto questo, magari, per un lavoro che neanche vi piace troppo. Pensate a tutte le volte in cui avete scambiato tempo con denaro (magari poco denaro, magari nemmeno quel poco): tempo per leggere, per fare l’amore o per non fare niente, per accarezzare il gatto, stirarvi, dormire un’ora di più, giocare con il vostro bimbo. Pensate bene se ne è valsa davvero la pena. E subito dopo smettete di pensare a quel che è stato, tanto serve a poco o niente!, e concentratevi sul futuro: cercate di capire cosa potete fare per far pendere la bilancia sempre (o quasi) dalla parte del tempo. Io ci voglio almeno provare… a cominciare dal 9 giugno
P.S. = non so bene come gestirò il blog mentre saremo via: a parte il post di venerdì, che è già pronto, suppongo che ridurrò le pubblicazioni e vedrò dove mi porta l’ispirazione. A presto e, come sempre, grazie a tutti voi per il tempo che dedicate alle mie farneticazioni!
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