Se la piazza non sa parlare
di Matteo MainardiC’è un leader che non ha paura di sottoporsi alla piazza, alla pubblica accusa. Un leader dai capelli bianchi, dalla faccia smagrita da digiuni per la legalità, la giustizia, le carceri e per un’amnistia per la Repubblica.
Sabato è sceso in corteo tra gli “indignati” ricevendo insulti, sputi, spintoni per un qualcosa che non ha mai compiuto ma che i media hanno fatto credere agli italiani. L’accusa – assurda, ridicola, penosa come l’ha definita Sansonetti – è quella di aver venduto il partito che rappresenta.
Stiamo parlando di Marco Pannella e dei Radicali.
Venerdì infatti si votava la fiducia al Governo. I Radicali espressero il proprio NO come tutte quelle che oggi vengono presentate come “le opposizioni”. I media, vivendo forse in un altro mondo, hanno iniziato ad accusare i Radicali di essere stati la stampella del Governo, di aver fatto raggiungere quel numero legale che già era presente per procedere alla votazione.
La piazza di sinistra, così poco democratica, nella sua misera idea di confronto ha iniziato ad accanirsi contro coloro che da trent’anni almeno sono tra i pochi difensori della democrazia di questa maledetta odierna Italia.
Dopotutto il giorno prima Rosy Bindi aveva definito “stronzi” i Radicali, dando il via a quello che è diventato il linciaggio pubblico di una persona che ha avuto il coraggio di metterci la faccia, di scendere tra la gente, di mischiarsi tra gli “indignati”.
La tattica delle “opposizioni” è fallita. E come tutte le sinistre nel mondo, per mantenersi, anche il duo PD/IDV ha bisogno di un nemico interno a cui attribuire la colpa: un capro espiatorio.
La violenza è un atto di meschinità verso la democrazia, una vigliaccheria che esplicita quanto i termini della mediazione, della diplomazia, della nonviolenza non siano ancora giunti in Italia. Quella piazza ha avuto bisogno di riversare il vuoto e l’odio di cui era piena spintonando e sputando. Non è riuscita a parlare, a spiegarsi.
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