venerdì 25 novembre 2011

Occupy Your Checkbook

di elle

L’articolo originale, di Carl Richards, è stato pubblicato sul NYT online il 2 novembre 2011 – Via The Non Consumer Advocate. Lo schizzo (“Global Protests/Personal Change”) è dell’autore.

Carl Richards è un consulente finanziario certificato e vive a Park City, Utah. I suoi schizzi sono disponibili qui e sul suo sito Web, BehaviorGap.com.

Nelle ultime settimane si è scritto molto di Occupy Wall Street. Mentre il movimento si diffondeva da New York ad altre città, è stato interessante vedere la gente scendere in piazza per protestare contro qualsiasi cosa, dai salvataggi delle banche in extremis alla politica fiscale.

Tutto questo però mi ha anche instillato una certa curiosità. È possibile che la nostra volontà di protestare contro la cattiva condotta di governo e grandi aziende ci impedisca di protestare contro la nostra condotta economica, o perfino di prenderne atto?

La domanda vale per tutti e nasconde una lezione importante, che siamo scesi per le strade o no, e anche se siamo in disaccordo con il movimento. Concentrandoci sulle decisioni finanziarie degli altri (banche, aziende, governo), rischiamo di trascurare il nostro (discutibile) comportamento, in nome del tentativo di operare un cambiamento a livello globale.

Per certi versi penso che sia più facile concentrarsi su quello che, secondo noi, dovrebbero fare gli altri, piuttosto che fronteggiare i nostri problemi personali. Nelle parole di W.R. Alger, ministro Unitariano: “Siamo prodighi nel dare consigli, un po’ meno nell’accettarli”.

Tanto per chiarire, sicuramente c’è molto per cui protestare. Penso che sia necessario apportare cambiamenti a livello nazionale e perfino internazionale. Mi limito a suggerire che potrebbe aiutare se anche noi, come dice la famosa massima, provassimo a diventare il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo. Mi domando quindi se, oltre a marciare per le strade di tutto il paese, sia possibile mettere in piedi una versione personale di questo movimento, che potrebbe chiamarsi “Occupy Your Checkbook”.

La settimana scorsa scrivevo di quanto può essere difficile rendersi conto della propria reale situazione finanziaria. Parte del problema deriva dal non volersi sedere a un tavolo e fare i conti. Magari siamo in grado di descrivere per filo e per segno tutti i passi falsi delle banche, ma quanto bene conosciamo la nostra situazione finanziaria? Non sarebbe ora di dedicare altrettanta attenzione e altrettanta passione alle nostre finanze personali?

Forse è arrivato il momento di parlare apertamente degli sbagli che abbiamo commesso in passato. Di assumerci la responsabilità della nostra situazione economica e di fare piani per migliorarla. Smettere di comprare spazzatura sperando che sia la chiave per la felicità. Smettere di fingere di essere quello che (economicamente) non siamo. Smettere di tentare di rimanere al passo con gli ipotetici “altri”… visto che sappiamo benissimo che sono sepolti dai debiti.

Occupy Wall Street può portare a un cambiamento, oppure no. Con l’adesione a Occupy Your Checkbook, mi sento di dire che il cambiamento è sicuro.

Troppo spesso sento le persone attribuire ad altri la responsabilità dei loro problemi economici. In alcuni casi (frode, furto o un’emergenza sanitaria), non abbiamo il controllo. Ma in molti altri, l’unico colpevole è quello che vediamo nello specchio.

Non sono le società emittenti di carte di credito che ci hanno costretto a comprare quel televisore enorme. Non sono le banche che ci hanno costretto ad accendere un’ipoteca da 350.000€. Quando si tratta di decisioni finanziarie di questo tipo, la responsabilità è solo e soltanto nostra. Fino a quando potremo continuare a fingere che la colpa sia di qualcun altro?

Quindi, affrontate a testa alta e occhi ben aperti le situazioni che potete controllare. Stabilite esattamente a quanto ammontano i vostri debiti. Studiate con attenzione il vostro budget e cercate di capire dove va il vostro denaro. Abbiate il coraggio di porvi le domande che contano, quelle difficili, sulle vostre esigenze e sui vostri desideri.

Lo ripeto, so che possono sembrare piccole cose. Ma siate onesti con voi stessi. Cos’è più probabile che abbia un impatto immediato e diretto sulla vostra vita: Occupy Wall Street o Occupy Your Checkbook?

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Qualche riflessione mia (elle): pur portando un rispetto enorme a chi si impegna in prima persona, scende in piazza e ci mette la faccia, non posso che essere d’accordo con quanto sopra. Staccare gli occhi dai massimi sistemi (tanto, qualche colpa le grandi banche e le grandi aziende ce l’hanno per forza) e rivolgere l’attenzione ai minimi sistemi, alla nostra situazione personale, alle nostre scelte e alle loro conseguenze, può essere un atto di coraggio forse anche maggiore dello schierarsi per giorni di fronte a una Borsa. Basta scuse non vale solo per una cosa piccola come decidere finalmente di uscire a correre, ma anche per una cosa grande, come sedersi a un tavolo, prendere in mano carta, penna ed estratti conto (o il computer), e tirare le somme. Scoprire quanto spendiamo e in cosa spendiamo, quanti finanziamenti abbiamo acceso e per cosa, quanto dobbiamo ancora per oggetti che, magari, avranno esaurito la loro vita utile molto prima di quando finiremo di pagarli. Che uso facciamo delle carte di credito, dei prestiti personali e di quella cosa pericolosissima che è il fido bancario. Se i nostri investimenti stanno fruttando oppure se è il caso di contenere le perdite e liquidarli. Quanti risparmi ci restano e per quanto tempo durerebbero se improvvisamente rimanessimo senza entrate; e, di conseguenza, quale cifra ci è assolutamente necessaria per arrivare alla fine del mese, e dove invece possiamo sfrondare. Significa stabilire di cosa non possiamo fare a meno e a cosa possiamo rinunciare. Significa anche affrontare il fatto che, magari, per mesi o per anni abbiamo sprecato senza rendercene conto, e che se non l’avessimo fatto ora potremmo stare (più) tranquilli.
Tutto questo richiede davvero un grande coraggio, e può scatenare una serie di emozioni negative (rabbia, se ci rendiamo conto di aver commesso degli errori, paura, perché a nessuno fa piacere pensare a certe eventualità, per quanto remote, senso di insicurezza e di inadeguatezza); ma che ci ripaga anche dello sforzo offrendoci una nuova prospettiva. Tranquillizzandoci sul fatto che la situazione magari è più rosea di quel che pensavamo, o comunicandoci che possiamo vivere con molto meno (in futuro, se diventerà necessario in futuro, oppure da subito, se vogliamo mettere da parte qualcosa in più). Dandoci la possibilità di assumere il controllo, pianificando un modo per ridurre gli eventuali debiti. Non è poco.
I numeri, messi nero su bianco, hanno la forza dell’oggettività totale, e un grandissimo potere di convinzione. Noi questa operazione l’abbiamo compiuta per gradi, in modo tutto sommato poco pensato, partendo (come sapete) dalla fatica del superfluo, dalla quantità di cose che avevamo e che in realtà non ci servivano. Un anno e mezzo fa non avrei saputo dire quanto spendevamo ogni mese e quanta parte di quella cifra era rappresentata da “superfluo”. Ci siamo sempre tenuti ben lontani da fidi, credito revolving e credito al consumo, ma avevamo aperto un finanziamento per comprare le nostre due macchine, e avevamo i Mac a noleggio: oggi siamo orgogliosi di dirci liberi da questi debiti, perché i noleggi sono terminati (e con meno di 100€ abbiamo riscattato i Mac), la mia macchina è stata venduta e il relativo debito saldato, e il finanziamento di Marco è terminato mesi fa. L’unico RID che insiste attualmente sul nostro conto è quello del mutuo, ed è una bella sensazione :)

Quando, tempo fa, la concessionaria ci ha proposto di cambiare la nostra Mazda3 con il modello nuovo, facendoci tanti bei discorsi sulla macchina ormai “vecchia” che si sarebbe rivelata sempre più costosa e avrebbe perso valore. Ci siamo fermati un attimo a pensare e ci siamo detti che, a 3 anni, una macchina non è vecchia. Che il nuovo finanziamento ci sarebbe costato comunque di più (chi volevano prendere in giro?). E che la nostra Mazdina andava strabene e non c’era un motivo al mondo per cambiarla. In un passato neanche troppo lontano, avremmo ceduto sicuramente alle sirene del “nuovo è meglio”, e saremmo stati ben felici di fare nostre tutte quelle giustificazioni astruse basate su valore e ammortamento, caricandoci di un altro debito senza un vero motivo. Come se cambiare macchina ogni 3 anni fosse normale, scontato, automatico. Sono felice, e anche un po’ orgogliosa, del fatto che siamo riusciti a interrompere l’automatismo, in questa occasione come in altre.

Cosa ne pensate? Conoscete a fondo la vostra situazione finanziaria o tutto sommato siete per il “occhio non vede cuore non duole”, almeno finché “vedere” non diventa strettamente necessario? So che l’argomento è delicato ma… aspetto i vostri commenti.

Su una nota totalmente diversa, voglio segnalarvi la bellissima idea di Annalisa/mannalisa: Le (im)perfezioni.
“La perfezione fuori dai canoni convenzionali, la perfezione di un insieme di cose imperfette, o meglio, di un insieme di particolari non perfetti convenzionalmente. O la perfezione di qualcosa accentuata proprio da quel piccolo accenno di non perfetto, appena sporcato, appena scheggiato, appena sciupato. Ma, nell’insieme, perfetto.”
Ci sono anche io, con la mia caviglia molto (im)perfetta che adesso corre per mezz’ora senza fare nemmeno una piega. Viva l’imperfezione.

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