Recensioni di alcuni libri letti a Gennaio 2012
di Monica Spicciani



Se questo libro fosse una pittura sarebbe un acquerello - Mai titolo fu così azzeccato...la storia e la scrittura sono davvero impalpabili come la seta fine. Vite ritratte con l'evanescenza e la leggerezza di un acquerello, che diventano una pittura ad olio nella lettera dell'inavvertibile Hélène, d'un tratto scoperta nella sua incredibile forza.
Una storia che ti culla dolcemente con le parole e ti lascia dentro una struggente malinconia.
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L'addestramento all'inevitabile (3,8 stelle) - “ Subisci e strizza quello che puoi da ciò che subisci [...] E la rabbia e il dolore sembrano nascere laddove capisci che non puoi trovarci alcun vantaggio”
Questo alla fine è ciò che più mi resta di questo racconto, anche se i temi affrontati sono più ampi rispetto a questa considerazione sul “addestramento all’inevitabile” tipico del sud.
All’inizio è partito molto bene, poi è diventato un pochino più noioso e meno letterario.
Non avevo mai letto nulla di Saviano, anche se lo avevo ascoltato parlare molte volte. Come scrittore (so che è poco basarsi su un semplice racconto) non posso dire che mi abbia entusiasmato ai massimi, come uomo e comunictore ha tutto il mio rispetto e la mia stima.




Ho i miei limiti - Duro e crudo e al tempo stesso poetico, di quella poesia un po' macabra, che definirei quasi chirugica nella sua perfezione delle descrizioni . Parole volgarmente precise inserite in una terminologia alta che rendono il tutto tagliente e lirico allo stesso tempo.
Tuttavia ho i miei limiti, le vicende raccontate in prima persona dal protagonista sono per me di una crudeltà insopportabile, narrate dallo stesso quasi con distacco, come se il dolore lo provasse qualcun altro, eppure emerge un tormento immane che non sfocia mai nell'autocommiserazione.
Pur apprezzandone la "bellezza cattiva"ed il valore letterario non riesco a proseguire questa lettura che mi fa male, il disturbo arrecatomi da tanta asprezza è troppo forte, supera i limiti che concedo ad un libro per farmi soffrire.
Le citazioni da fare solo nel primo centinaio di pagine che ho letto sarebbero molte ma ne scelgo una: "la rabbia dell'impotenza è quella con i denti più affilati"




Lacerante - E’ un romanzo lacerante. Sia che parli d’amore che di guerra ti strappa la carne e ti entra dentro con la prepotenza dei termini usati dall’autrice, sempre impeccabili, talvolta poetici ,talvolta crudi ma costantemente perfetti per farti arrivare tutto quello che c’è da sapere e sentire.
Questo libro ti trascina dentro di sé, ti porta all’interno delle emozioni provate dai protagonisti, ti avviluppa e ti resta addosso anche quando lo hai riposto sul comodino. Continui a pensare alle persone di cui parla come se fossero vive, come se tu le potessi incontrare appena esci in strada.
La Mazzantini ha il dono di scrivere in un modo pulito ed essenziale ma non privo di bellezza nella scrittura.
La prima parte l’ho trovata coinvolgente, struggentemente meravigliosa nel descrivere l’amore che nasce tra Diego e Gemma, nel rendere piccoli particolari di importanza estrema con un linguaggio mai banale.
La parte riferita soprattutto alla guerra e alla “venuta al mondo” di Pietro è altrettanto poetica nella sua crudezza, straziante ma mai lamentosa nel distacco e nella consapevolezza della perdita.
Un libro vivo che ti cattura.-




Simpatico (3,5 stelle) - Frizzante, ritmato, caotico.
Simpatica la trasposizione del classico racconto epistolare in un botta e risposta di e-mail(s) e di sms, dove l'unico vero dialogo è brevissimo e telefonico.
Nell'insieme mi è piaciuto abbastanza (anche se la Gamberale mi mette un po' di agitazione), nella sua analisi scanzonata su un aspetto dell'amare e del saper godere dell'amore soprattutto quando c'era o ci sarà e nel non saper apprezzare quando c'è.
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Non mi ha convinta fino in fondo - La storia non è male e nemmeno il modo di scrivere anche se la scintilla amorosa non è scattata...anzi, mi sento proprio respinta dallo stile per quanto non lo possa giudicare inadeguato.
Non è riuscito a catturarmi, non mi sono fatta coinvolgere dalle sensazioni che l'autore voleva esprimere, dalla purezza dell'amore oltre le convenzioni sociali che emergeva.
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Il dolore - Cristina Comencini nel dolore ci sguazza, soprattutto nel dolore femminile, ma ci sguazza bene.
Ti porta dentro la mente della protagonista e ti fa avvertire il suo dolore sordo.
A teatro ho visto "Due partite," che suppongo sia stato fedele al libro proprio in quanto opera teatrale, e l'ho trovato dolentemente bello. Al cinema invece vidi "la Bestia nel cuore"anche se non mi sono entusiasmata...ma le trasposizioni cinematografiche sono ovviamente meno fedeli alla scrittura di quelle teatrali.
Mi pare che questa autrice sia molto portata all'analisi del dolore indurito, quello che si pietrifica dentro e ti rovina la vita...credo che leggerò altro di suo.
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Se non hai tempo di scrivere evita di farlo - Di solito non bado alla lunghezza di un racconto per valutarlo, ma in questo mi sono sentita mancata di rispetto. Sessanta paginette scritte a caratteri cubitali per raccontare una storia vagamente macabra, con una banalissima critica, inserita quasi per caso, alle regole non scritte della guerra.
Lucarelli pare aver scritto questo racconto nei ritagli di tempo e controvoglia, se doveva dedicarci così poca attenzione poteva evitare proprio di partecipare a questa iniziativa...




- Forse, se non avessi precedentemente letto "La casa delle belle addormentate" di Kawabata, avrei potuto apprezzare questa storia.
Ma la scopiazzatura, in un certo senso ammessa da Marquez stesso nella sua citazione all'inizio del libro, mi ha impedito di essere serena e imparziale nella lettura.
Ho continuato a fare paragoni fra le due storie, fra i caratteri comuni e quelli divergenti, tra i due modi di scrivere... e questo mi ha impedito di gustare un eventuale piacevolezza nel racconto di Marquez.
Mi è sembrato un rifacimento peggiorativo del libro di Kawabata. Gabo sarà anche il Re Mida della letteratura, ma il fatto di essere uno scrittore affermato non da, a mio avviso, il diritto di riscrivere una storia già bella e molto particolare in origine.
Non si può gridare "al capolavro" per qualsiasi libro esca dalla penna di un autore, per quanto geniale e affermato
esso sia.
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Un vero massacro... - Questo dialogo a 4 voci (perchè di un dialogo-commedia scritto per il teatro si tratta) è veramente un massacro nel quale non si salva nessuno.
A tratti può sembrare uno dei protagonisti dimostri buon senso, che una delle persone in quella stanza asfittica assuma un tratto di simpatia, ma subito la situazione si capovolge e alla fine non rimane che un grotteso affresco delle piccolezze umane.
Godibilissimo umorismo cinico da leggere senza interruzioni.
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Obnubilamento mentale - Mi sono accostata a questo libro degli anni sessanta, dall’aspetto molto vissuto, senza sapere cosa aspettarmi. Sciupacchiato ,come quelli che si trovano sulle bancarelle dei mercatini, sdemanializzato da una biblioteca (chissà quante mani e quanti occhi lo hanno avuto!), si è fatto leggere con curiosità e mi ha davvero stupita.
Mario soldati scrive bene, non so per quale motivo mi è venuto da raffrontarlo con Franzen, in fin dei conti la storia può avere qualche minuscola similitudine con Libertà ma non così tante da potervi essere paragonata. Ad ogni modo per tutta la durata del libro ho continuato a fare comparazioni e Soldati ne è uscito vincitore alla grande.
La storia l’ho trovata abbastanza delirante, paradossale e pure crudele per certi versi. Alcuni passaggi sono stati un po’ prolissi, troppo insistenti sugli stessi concetti ma rendono l’idea dell’esaltazione dell io narrante. A dire il vero gli “io narrante” sono tre, e forse, come ha fatto notare un altro lettore qui su anobii, hanno uno stile di scrittura troppo simile tra loro che li contraddistingue poco...tuttavia ognuno di loro in fin dei conti è preda del vaneggiamento amoroso e questo li accomuna in un modo di ragionare universale, quello dei sensi.




Elucubrazioni - Domanda 1: è giusto apprestarsi alla lettura di un libro non contemporaneo senza un minimo di preparazione?
Domanda 2: una preparazione alla lettura che favorisca la comprensione del mondo in cui la storia è ambientata e i motivi che spingono l’autore a scrivere certe cose, è realmente utile all’apprezzamento effettivo dell’opera letta?
Spesso mi chiedo queste cose quando mi viene voglia di leggere romanzi ambientati e scritti nel passato, nei quali il modo di ragionare e di accostarsi alle cose è naturalmente diverso da quello attuale. Sicuramente una preparazione può aiutare a comprendere di testa, ma la comprensione di pancia , intesa come accoglimento dentro di sé dell’opera, non credo sia influenzata.
Mi sono accostata a questo libro senza preparazione alcuna, senza conoscere nulla di Grazia Deledda, con la purezza di chi si aspetta che arrivino le cose addosso per essere assorbite endemicamente, senza ragionarci troppo su....ecco, questo libro non l’ho assorbito.
L’ho trovato a tratti di un surreale disturbante, ed il modo di scrivere quasi fastidioso, tranne alcuni passaggi di poesia pura che si discostavano dal resto del libro per bellezza e modernità di pensiero.
Forse una conoscenza preparatoria sull’autrice mi avrebbe aiutata a capire certe sfumature, ma credo che la comprensione profonda sia semplicemente una sensazione che ti arriva diretta, indipendente, e la gioia che provi nel leggere sia scissa dal resto.
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Il primo capitolo ,con la descrizione dei gerani, è poesia pura. Andando avanti il lirismo iniziale diviene un po’ di più prosaico ma sempre estremamente ricercato. Alla fine diventa faticoso. Mi viene da assimilare la Marchesini a Virginia Woolf, bellissima se la si prende da un punto di vista poetico, che si perde nell’infinitesimale della descrizione delle cose e del sentire, ma estenuante se la si vuole leggere come un romanzo.
Da pagina 60 circa in poi la lettura diviene meno ostica, è come se il libro, pur mantenendo un certo stile cambiasse un po’ rotta rispetto alle pagine precedenti e se fosse decisamente un’altra nave rispetto al primo capitolo. Di tutto il libro l’unica parte che mi abbia davvero emozionato è quella ambientata nell’ospedale, i pensieri e le azioni di ammalati e visitatori vengono descritti con attenta partecipazione, cogliendo i minimi particolari. La Marchesini racconta di essere stata molto colpita da “L’uomo dal fiore in bocca “ di Pirandello, e in effetti nel suo modo di scrivere, dalla sua attenzione ai dettagli, si può percepire questa ispirazione pirandelliana. A mio modesto parere però, e mi costa dirlo perchè adoro Anna Marchesini come attrice e come donna, troppi prticolari rendono questo libro un po’ noioso. Spesso si dice “mi aspettavo di più”...in questo caso direi “mi aspettavo di meno”. Probabilmente una scrittura meno ricca, per quanto bella possa essere se intesa fine a se stessa, avrebbe reso questa lettura più snella e piacevole.